Un sottile aroma d’amarezza

•9 febbraio 2010 • 2 commenti

Ecco, so che non ve lo state chiedendo. Che forse non lo volete sapere. Ma è così che mi sento. Proprio come in questa foto.

Gli spolpò l’ossa in sussurri

•8 febbraio 2010 • 3 commenti

Ieri avevo così tanto da scrivere, seduta ad un tavolino da sola. Ad aspettare la tua gratitudine, sorseggiando un B52 a modo mio. Il barista un po’ mi sorride vedendomi da sola, aspetto tre quarti d’ora nel tavolino all’angolo dando il fianco ad uno specchio che mi permette di guardare fuori, l’ingresso e le mie spalle. Niente può sorprendermi sta sera. Mi ha versato mezzo litro di roba in quel bicchiere, neanche fosse Coca Cola. Io che ho mangiato solo popcorn, anche sta sera. Mi chiede che faccio sola, come mai prendo sempre questo cocktail, mi consiglia di non aspettare mai nessuno nella vita. Sorrido perchè la compagnia non mi dispiace adesso.

E poi arriva, ed io vedo che è distrutto – come pensavo. Si appoggia allo stipite della porta e mi guarda, alzo la borsetta e lo faccio sedere. “Si sente che stai tagliando, si sente l’odore da diversi metri”. Annuisce e vorrebbe solo piangere, solo dimenticare. Lo spazio intimo era stato da lei violato, c’erano state le richieste d’affetto e le promesse. E lui non ci credeva, anche se avrebbe voluto, anche se lei lo può comprare davvero con poco.

Il mio atteggiamento è ambiguo, un po’ provo ad incoraggiarlo, dico che magari lei riuscirà a mantenere le promesse, che davvero è amore qullo che vuole dimostrare. A volte però la sincerità mi squarta lo stomaco e “ti ricordo che sta tagliando, che magari ha solo sentito l’odore, che è gelosa della mia presenza accanto a te.”

Che non ha capito nulla e che mai ti capirà, come ti capisco io.

Ma questo effettivamente lo ometto.

Ieri avevo così tanto da scrivere, dicevo. Quando alle quattro mi ha lasciata davanti la porta però, ero arida. Stanca. Avvilita, anche se stava un po’ meglio, aveva sorriso e si era lasciato accarezzare a lungo. Si era anche addormentato con la testa nella mia pancia, e le cartine ancora in mano.

In realtà, volevo davvero scrivere tanto. Ma verderlo addolorato mi ha svuotata del tutto.

La – quasi – assenza della luna

•5 febbraio 2010 • 8 commenti

Adesso che mi posso ricreare, quasi fenice risorgo. Tutto è cambiamento e questa  stessa realtà non è poi così stabile. Sai che vorrei solo staccare la spina e, nonostante ciò, mi vedi sorridere.

Mi sento così arida nell’assenza. Ma le stelle sembrano così luminose. La strada è così buia, senza luna. Ti accosti e il freddo mi taglia la faccia.

Sono sempre così brusca, penso. Dovrei ringraziarti di più, per quello che fai per me, adesso. Ma ovviamente non dico niente.

Il freddo ci strazia e risaliamo in auto; io ti sprono alla gioia di vivere, e non sembro neanche io. “Distruggi” è la parola che pronuncio più spesso. Tu ridi e sei contento di vedermi così, anche se non mi hai mai vista prima, mai altrove. Ti faccio notare l’assenza della luna, ‘forse per questo le stelle sono così belle’.

Sulla strada del ritorno ti chiedo di non dimenticarmi. Ridi e mi prendi in giro, ma so che volevi dirlo anche tu. Mancherai solo un giorno che è già morto, ed io domani ho un esame.

Scendo dalla macchina e mezza luna bianca mi guarda beffarda. Riapro lo sportello e la indico, tu sorridi e mi saluti con la mano.

Lo studio mi distrugge, a domani un altro fallimento. Se va bene festeggiamo, se va male mi consoli. Hai tante cose da raccontarmi.

Decontestualizzando frammenti.

•29 gennaio 2010 • 2 commenti

Estrai il pugnale dal petto.                                                                                   Disintossicami.                                                                                                                   So che ne sei capace.

Com’è strano, sapermi qui.

Raccontami una storia triste\Quando se n’è andata – senza sbattere la porta - ho camminato a lungo sul crinale di un monte. Giungere in cima solo per bestemmiare, solo contro il cielo. Sono tornato solo dopo giorni e nonostante tutto non riesco ancora ad odiarla. Solo a tenerla distante\Fuori dal tuo spazio intimo, insomma\Così lontano da non potermi colpire.    

Quando parlo con te non mi sembra di perdere tempo.

E poi spinse il coltello più a fondo. Tentai di respirare ma riuscii solo a sputare sangue. Sentivo un dolore assordante, il buio non fu buio ma solo un giallo davvero pessimo.

Mi dispiace\Se continui a ripeterlo penserò che sei stata tu.

Tutto tende necessariamente verso la distruzione.

•23 gennaio 2010 • 12 commenti

Quasi quindici giorni senza scrivere. O meglio, scrivo. Ma poi cancello, o comunque non pubblico.

Giornate strane che non sembrano permettermi di trovare parole per descrive quello che sta succedendo. Ed ora il definitivo distacco da quella che per anni è stata la mia vita, e che – almeno all’inizio – credevo sarebbe durata per sempre.

Invece qualcosa è cresciuta dentro di me, qualcosa di cui non mi sento responsabile – scusate il vittimismo -, qualcosa che mi ha contaminata e che ha tentato di distruggermi. (Subisco il fascino della Mirra alfierana).

E dopo qualche giornata “positiva”, senza problemi, mi ritrovo immersa in paranoie sul “fare la cosa giusta”.

In realtà vengo meno ai miei doveri, rispondo con sincerità alle domande della gente ma non mi apro con nessuno. Qualcosa ahimè traspare. Non riesco a nascondere tutta questa sofferenza che ho tenuto in grembo e distribuito a chi l’aveva con me concepita. Così a mente lucida mi ritrovo perfida allo specchio. Capace di discernere il bene dal male. Cosa di cui mi voglio liberare, poichè mantengo un lontano ricordo di una Salamandra dalle idee confuse, che non conosce distinsione tra ciò che fa bene e ciò che causa dolore, ma comunque consapevole delle sue capacità di scelta.

Il mio braccio sembra un quadro astratto, tra due grandi cicatrici a mezza luna storpia ho piazzato una calda croce. Simbolismo spicciolo insomma.

Per il resto cerco di non pensare, ignoro i fatti e vado avanti. Che sono brava in questo.

Spero di essere più costante nella scrittura, com’ero a diciassette anni: carica di emozioni e sensazioni a fior di pelle semplici da mettere su carta.

E mi autocito, al terzo liceo:

“Sopra le ferite aperte spesso metto un foular rosso sangue, in questo modo nulla sembrerà diverso. Ma niente sarà uguale…”

Discorsi sul ritardo.

•9 gennaio 2010 • 12 commenti

Il ritardo è l’anticamera dell’abbandono“, ho letto. Avrei potuto scriverla io questa frase (ma lo ha fatto G. Kuruvilla). Potevano essere le mie parole… perchè lo penso da sempre. Penso che quando si ritarda, senza imprevisti, senza impegni… quando si ritarda perchè c’è tempo, perchè non fa niente, perchè gli altri possono aspettare… quel ritardo è l’anticamera dell’abbandono.

Il ritardo è la forma più pericolosa di rifiuto. (C. Northcote Parkinson)

Ho paura del ritardo, in primis perchè mi si accellerano i pensieri ed i miei pensieri e la mia solitudine non vanno d’accordo. In secundis per motivi logistici: terrore di perdere i mezzi pubblici, di arrivare tardi a mia volta, di subire un pacco. All’apice delle paure c’è quella dell’appuntamento mattutino, anche un ritardo di cinque minuti mi fa pensare che si sia addormentato (chissà perchè!).

In realtà ho ripescato quest’argomento tra i miei post perchè ho letto che il ritardo può avere spiegazioni biologiche! In pratica, mentre la puntualità sarebbe sintomo di forte ansia, il ritardo è la traduzione sociale della necessità di adrenalina dell’organismo. In pratica provano piacere nell’arrivare in ritardo, un piacere inconscio che li costringe a ripetere l’azione in maniera cronica, per sopperire i deficit di adrenalina. Semplice, no?

(Questa scusa è davvero carina, ritardatari del mondo… non vi sto forse agevolando?)

Lascio inoltre questo link per qualcuno che si vuole redimere: http://www.albanesi.it/Mente/ritardatario.htm

A Francesco Petrarca

•8 gennaio 2010 • 9 commenti

Petrarca è un uomo come gli altri, forse peggiore, succhia la mammella della curia di cui denuncia la corruzione. Cerca la purezza nel peccato, su di una Laura che muore e che non fa che desiderare.

Vi potrà sembrare un deliro post-febbre, ma devo sfogare questa rabbia.

Stranamente in lui vedo tanti uomini del passato e del presente, troppo preoccupati a criticare il prossimo, a giudicare gli errori altrui, a puntare il dito, da evitare il contatto con i propri.

 Ma Francesco lo sapeva quanto peccava! Il giorno troppo impegnato a raccogliere glorie terrene e la notte a piangere e chiedere perdono. Vittima di se stesso. Parassita, disprezza il lavoro di chi non ha tempo per dilettarsi nella lettura, per masturbarsi di sapere. Contemptus mundi, lo chiama. Elogia l’otium dei monaci, l’ascesi è per lui chiacchera con gli amici. Asservito, chierico, pappone. Io ti odio.

Radiohead

•7 gennaio 2010 • 9 commenti

 

Ho di nuovo la febbre, e questa canzone in testa.

che caldo!

•31 dicembre 2009 • 8 commenti

Oggi, ho visto una nonna regalare un libro sulle stagioni ad un bimbetto di pochi anni. Il bambino, subito entusiasta, lo apre e puntando l’immagine di una casetta innevata si rivolge al padre: “Quando viene l’inverno andiamo sullo slittino?”. Io non mi trattengo e scoppio a ridere. Il padre sorride e dice “quando viene l’inverno”.

Ventisette gradi. Ultimo dell’anno.

La gente ha smesso di portare il capotto per poi tenerlo in mano. Fioriscono le t-shirt con manica a tre quarti. Si suda.

Per il cenone si propongono grigliate all’aperto, e quant’altro.

Io non sono in splendida forma, quando c’è il sole ogni giornata chiusa qui dentro mi sembra spietata, crudele. M’incattivisco.

E in più il banconista del bar mi ha DI NUOVO spiattellato il contorno (spinaci lessi) sul secondo (fesa di tacchino). E poi confezionato il tutto, per portarlo via. Come si può?

In compenso mi preparo – come si intuisce dal menù odierno – alla dieta di gennaio; i cinquantacinque chili sono l’ambito traguardo, per riottenere una forma gradevole ai miei occhi.

Per quanto riguarda l’ultimo dell’anno, mi nutrirò di qualche fetta di pizza che annaffierò con quanto più alcool possibile (l’ultimo, che poi sono a dieta).

auguri.

Adolescenza 1. Senza un ordine.

•29 dicembre 2009 • 6 commenti

La mia adolescenza è confusa.

Sono sempre stata una persona responsabile. Una a cui dare le chiavi di casa, a cui lasciare il cane.

In realtà mi distruggevo.

La forte emotività ha smesso per qualche anno di assillarmi, sostituita da un sorriso di plastica appiccicato sul viso. Nei giorni più neri, quando l’angoscia era l’unica compagna sposava il coltello, amico di sempre. Tiepida consolazione. Male su male. Ferite su ferite.

In testa c’era una gran confusione di voci, di suoni, a volte di musica.

Un’amica di cui occuparmi, con gli occhi da cane bastonato e tanti problemi, per dimenticare i miei. Una con cui marinare la scuola, per correre a casa a leggere e guardare film. Per sentirsi complete.

Poi il lavoro a sedici anni, ero felice perchè indipendente. E non volevo altro, ed ero stanca e soddisfatta. La mattina a scuola, a desiderare la scuola occupata che mi fruttava quattrini, che mi assicurava l’università. Un lavoro in cui impegnarsi, sfinirsi, per non pensare, mai. Alimentare quel sorriso da paralisi, ferroso e colorato. Chi si ricorda di me in quegli anni mi ricorda felice, solo pochi ricordano che mi distruggevo.

La gente vede quello che vuole, si ferma al sorriso ed evita gli occhi vuoti e lucidi e le cicatrici.

(Almeno lei mi scrutava dentro, e mi faceva compagnia nel buio.)